Collezione personale di piante e informazioni botaniche
Livia aveva sempre saputo di essere diversa. Non nel modo drammatico dei romanzi che leggeva da bambina, ma in quella maniera sottile che ti fa sentire perennemente fuori posto. A ventisette anni, restauratrice presso il museo di Viterbo, passava le giornate tra reperti etruschi e documenti medievali, cercando di ignorare quella sensazione di incompletezza che la tormentava da sempre.
Tutto cambiò la notte del solstizio d'estate.
Il sogno iniziò come sempre: camminava lungo una via cava della Tuscia Sutrina, i piedi nudi sul tufo levigato da millenni di passi. Le pareti verticali si innalzavano ai lati come cortine di pietra viva, e dall'alto filtrava una luce che non apparteneva né al sole né alla luna. Ma questa volta, qualcosa era diverso. I simboli incisi nelle pareti – spirali, stelle a otto punte, figure antropomorfe – pulsavano di una luce dorata, e una voce femminile, antica come la roccia stessa, sussurrava il suo nome.
"Livia... figlia delle figlie... è tempo."
Si svegliò madida di sudore, con l'odore di resina e tufo ancora nelle narici. Sul comodino, il cellulare segnava le tre del mattino. Si alzò per bere un bicchiere d'acqua, ma quando accese la luce del bagno, vide qualcosa che le fece gelare il sangue: sulla sua fronte, appena visibile come una filigrana sulla pelle, brillava lo stesso simbolo a spirale che aveva visto nel sogno.
Il giorno seguente, Livia guidò fino a Sutri come in trance. Non aveva chiamato al lavoro, non aveva avvertito nessuno. Sapeva solo che doveva raggiungere l'ipogeo, il mitreo trasformato in chiesa che aveva visitato anni prima durante una gita universitaria.
Parcheggiò vicino all'ingresso e scese i gradini che conducevano nel ventre della terra. L'aria si fece subito più fredda, densa di umidità e di qualcosa di indefinibile – un'energia che le faceva vibrare le ossa.
"Ti aspettavo."
Livia sobbalzò. Dall'ombra di una nicchia emerse una donna anziana, i capelli bianchi raccolti in una treccia, gli occhi di un ambra impossibile che sembravano contenere secoli di saggezza. Indossava un semplice vestito di lino grezzo, ma portava al collo una collana di pietre che Livia riconobbe immediatamente: ossidiana, corniola, lapislazzuli – le stesse pietre usate nei rituali etruschi.
"Chi sei?" chiese Livia, sorpresa di quanto ferma suonasse la sua voce.
"Il mio nome mondano è Sibilla, ma i nomi hanno poco significato qui sotto. Sono l'ultima delle custodi, come lo fu mia madre, e sua madre prima di lei, in una catena che risale a quando gli Etruschi scavavano queste grotte." La donna si avvicinò, studiando il simbolo sulla fronte di Livia. "E tu sei quella che dovrà prendere il mio posto."
"Io non capisco..."
"Vieni," la interruppe Sibilla, "c'è poco tempo. Le porte si stanno già aprendo."
Sibilla la guidò oltre la chiesa sotterranea, attraverso un passaggio che Livia non aveva mai notato prima, nascosto dietro quello che sembrava tufo solido ma che si rivelò essere un'illusione ottica creata dalla particolare angolazione della roccia. Scesero ancora, le pareti ora coperte di simboli che brillavano debolmente al loro passaggio.
Entrarono in una camera circolare. Al centro, il pavimento era inciso con un complesso mandala di simboli etruschi, romani e altri che Livia non riconosceva. Lungo le pareti, nicchie contenevano oggetti rituali: specchi di bronzo etruschi, lucerne romane, erbe essiccate legate con fili rossi.
"Questo luogo esiste fuori dal tempo," spiegò Sibilla. "È un punto di convergenza, dove il velo tra i mondi è più sottile. Gli antichi lo sapevano: prima le tribù italiche, poi gli Etruschi, quindi i seguaci di Mitra, e infine noi, le custodi."
"Le streghe, intendi?"
Sibilla sorrise amaramente. "Streghe, guaritrici, sciamane... nomi dati da chi temeva la nostra conoscenza. Siamo le guardiane della soglia, coloro che mantengono l'equilibrio tra il mondo visibile e quello invisibile."
All'improvviso, l'aria nella stanza cambiò. Divenne densa, elettrica. I simboli sul pavimento iniziarono a brillare più intensamente, e dal centro del mandala cominciò a sollevarsi una nebbia dorata.
"Sta succedendo," sussurrò Sibilla, afferrando il braccio di Livia. "Ogni mille anni, durante il solstizio, le porte si aprono completamente. Creature antiche, dei dimenticati, spiriti della terra... tutti cercano di attraversare. Senza una custode per mantenere l'equilibrio, il caos si riverserebbe nel mondo."
La nebbia dorata si condensò in forme: prima indistinte, poi sempre più definite. Livia vide figure in tuniche, con maschere di bronzo – sacerdoti etruschi. Vide iniziati di Mitra in processione, il loro canto risuonava senza suono. Vide donne con fasci di erbe, che danzavano in cerchio sotto lune che non esistevano più.
"Sono echi," spiegò Sibilla. "Impronte lasciate da tutti coloro che hanno officiato riti in questo luogo. Ma guarda oltre."
Oltre le figure umane, Livia percepì presenze più antiche, più aliene. Entità che non avevano mai avuto forma fisica, intelligenze che esistevano prima che la pietra diventasse tufo, prima che il tufo emergesse dal mare primordiale.
"Non posso," disse Livia, il panico che montava. "Non sono preparata."
"Nessuna lo è mai," rispose Sibilla, togliendosi la collana e mettendola al collo di Livia. Le pietre erano calde, pulsanti di energia propria. "Ma il sangue sa. Il tuo sangue porta la memoria di generazioni di custodi. Tua nonna lo sapeva, anche se non te l'ha mai detto. Quella voglia a forma di mezzaluna che hai sul polso? È il segno."
Livia guardò il suo polso. La voglia che aveva sempre considerato un semplice neo aveva ora una leggera luminescenza.
"Mettiti al centro del mandala," ordinò Sibilla. "E ricorda: non devi fermarle, devi solo guidarle. Sei il filtro, non la diga."
Livia si posizionò al centro del mandala. Appena i suoi piedi toccarono il punto centrale, fu come se un fulmine la attraversasse. Ma non era dolore – era conoscenza. Migliaia di anni di rituali, preghiere, formule si riversarono nella sua mente. Vide attraverso gli occhi di tutte le custodi che l'avevano preceduta.
Vide la prima, una sciamana neolitica che aveva trovato questo luogo guidata da un sogno. Vide la sacerdotessa etrusca che aveva inciso i primi simboli permanenti. Vide la seguace di Mitra che aveva mantenuto il segreto anche dopo la conversione al cristianesimo. Vide le guaritrici medievali che si riunivano qui in segreto, sfidando l'Inquisizione.
E vide Sibilla, giovane e terrorizzata, cinquant'anni prima, nello stesso punto in cui ora stava lei.
Le entità oltre il velo premevano per passare. Alcune erano benevole – spiriti della natura che volevano solo toccare ancora una volta il mondo fisico. Altre erano neutrali – intelligenze curiose che osservavano l'umanità come si osservano formiche in un formicaio. Ma alcune erano affamate, desiderose di nutrirsi dell'energia dei viventi.
Livia alzò le braccia, e le parole fluirono senza che dovesse pensarle. Non era latino, né etrusco, né nessuna lingua che conoscesse. Era il linguaggio stesso della terra, del tufo, della pietra che ricorda.
Le entità benevole passarono attraverso di lei come acqua attraverso un setaccio, prendendo solo ciò di cui avevano bisogno – un momento di connessione, un ricordo di com'era avere forma. Quelle neutrali si fermarono a osservare, poi si ritirarono, la loro curiosità soddisfatta. Ma quelle affamate...
L'entità che si presentò davanti a lei non aveva forma definita. Era un'assenza, un vuoto che assumeva la sagoma di ciò che desiderava divorare. Livia sentì la sua fame – antica, insaziabile, paziente come solo l'eternità può essere.
"Una nuova custode," la voce risuonò direttamente nella sua mente. "Giovane. Inesperta. Lasciami passare, e ti mostrerò poteri che nemmeno immagini."
Livia vacillò. L'offerta era allettante. Con quel potere, avrebbe potuto fare tanto bene, aiutare tante persone...
"Non ascoltarla!" La voce di Sibilla la raggiunse come da molto lontano. "È la stessa che tentò me, e mia madre prima di me. Si nutre di ambizione e orgoglio!"
Livia chiuse gli occhi e si concentrò non sul potere, ma sul dovere. Pensò a tutte le custodi prima di lei, che avevano resistito alla stessa tentazione. Pensò alla fiducia che Sibilla stava riponendo in lei. Pensò al mondo sopra, ignaro del pericolo, che continuava la sua vita quotidiana.
"No," disse semplicemente, e la parola ebbe il peso di millenni.
L'entità urlò – un suono che non era suono, che fece tremare il tufo stesso. Si lanciò contro di lei, ma il mandala brillò di luce accecante. Livia sentì l'energia di tutte le custodi fluire attraverso di lei. Non era sola. Non lo era mai stata.
L'entità si ritirò, sconfitta ma non distrutta. Sarebbe tornata, tra mille anni, a tentare un'altra custode.
Quando Livia riaprì gli occhi, l'alba filtrava attraverso l'ingresso dell'ipogeo. Era rimasta in trance tutta la notte. Sibilla era seduta su una delle panche di pietra, il viso segnato dalla stanchezza ma illuminato da un sorriso di sollievo.
"Ce l'hai fatta," disse semplicemente.
Livia si guardò le mani. Sembravano le stesse, eppure tutto era diverso. Poteva sentire il respiro della terra sotto i piedi, il sussurro degli spiriti nel vento che entrava dalle fessure, la presenza benevola dei morti nelle nicchie funerarie.
"Cosa succede ora?" chiese.
"Ora vivi," rispose Sibilla. "Torni al tuo lavoro al museo, continui la tua vita. Ma quando sarà necessario, quando sentirai il richiamo, verrai qui. Ci sono altri luoghi di potere nella Tuscia – le vie cave di Pitigliano, le necropoli di Tarquinia, i boschi sacri del Cimino. Li visiterai tutti, imparerai i loro segreti."
"E tu?"
"Io posso finalmente riposare. Non morire," aggiunse vedendo l'espressione di Livia. "Ma ritirarmi. Passare il testimone. Sarò qui se avrai bisogno di me, ma la responsabilità ora è tua."
Sei mesi dopo, Livia guidava un gruppo di turisti attraverso l'ipogeo di Sutri. Spiegava la storia ufficiale – il mitreo, la conversione in chiesa, gli affreschi medievali. Ma mentre parlava, i suoi occhi catturavano dettagli che gli altri non vedevano: il simbolo mezzo cancellato che indicava un passaggio segreto, la nicchia dove tremava un'ombra che non dovrebbe esserci, il punto sul pavimento dove il velo era più sottile.
Una bambina del gruppo, non più di dieci anni, la fissava con occhi che sembravano vedere troppo. Quando il gruppo si mosse verso l'uscita, la bambina rimase indietro.
"Signora," sussurrò, "vedo le luci anche io."
Livia si inginocchiò accanto a lei, riconoscendo nei suoi occhi la stessa luce che aveva visto nei propri allo specchio quella mattina di sei mesi prima.
"Un giorno," disse dolcemente, mettendole una mano sulla spalla, "quando sarà il momento, ti racconterò una storia. Una storia di custodi e soglie, di pietra che ricorda e di donne che vegliano. Ma per ora, torna dai tuoi genitori. E quando sogni le vie cave, non avere paura."
La bambina annuì solennemente e corse verso il gruppo. Livia rimase un momento nell'ombra dell'ipogeo, sentendo il peso e il privilegio del suo ruolo. Sopra di lei, la Tuscia Sutrina continuava il suo sonno apparente, mentre nelle profondità della terra, i misteri attendevano, pazienti come sempre, il prossimo cercatore pronto a varcare la soglia.
Il continuum del misticismo proseguiva, anello dopo anello, in una catena che non si sarebbe mai spezzata finché ci fosse stata anche una sola persona disposta a custodire i confini tra i mondi.
E mentre risaliva verso la luce del giorno, Livia sorrise. Non era più incompleta. Aveva trovato il suo posto nel grande disegno, custode di segreti che il mondo moderno aveva dimenticato ma che continuavano a vivere nel tufo, nel vento, nel silenzio sacro delle colline.
Storia creata in collaborazione con l'Intelligenza Artificiale.